venerdì 9 dicembre 2011

I privilegi fiscali religiosi sono immorali. Parola di don Paolo

Roma "pullula" di strutture di accoglienza di proprietà del Vaticano e affini. A Roma per partecipare ad un seminario o un convegno, può capitare di essere ospitati da una di queste strutture senza averla scelta personalmente. Al check in può capitare che ti venga fatta firmare in automatico l'adesione all'Associazione per il Turismo Religioso" coinvolgendoti in una sgradevole trattativa: "Scusi, hanno prenotato per me in questo posto ma io non faccio (e non mi associo) turismo religioso, sono qui per altro". Con replica "Se lei non si associa allora non può restare qui..."  e quanto lascio immaginare possa seguire (a me è capitato qualche anno fa).

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Naturalmente l'associazione serve a garantire e ratificare un regime fiscale privilegiato con conseguente riduzione dei prezzi (lo fa anche l'ARCI, per carità, con bar e ristoranti) e concorrenza sleale con alberghi e affittacamere. Poi c'è l'ICI e allora se la struttura ha finalità religiose e non esclusivamente commerciali (come invece è) allora probabilmente c'è l'esenzione.

Don Paolo Farinella, che paga l'ICI, sulla Repubblica di Genova di stamani:


"ASSICURO che il Vaticano non ha alcuna ingerenza nella gestione della mia parrocchia, ente morale con propria personalità giuridica. Il Vaticano non può mettere becco nell’economia della parrocchia perché il legale rappresentante è il parroco; né il papa può alienarne i beni. In questo contesto il Vaticano è uno Stato estero, i cui rapporti economici con l’Italia sono regolati dai Patti Lateranensi del 1929 composti da un «Trattato fra la Santa Sede e l’Italia» (inclusa la Convenzione finanziaria che chiude la «questione romana ») e il Concordato che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa italiana. Trattandosi di due Stati sovrani, per modificare la convenzione occorre un dispositivo internazionale.
Diversa è la questione sull’Ici degli enti religiosi sottoposti a legge ordinaria. Nel 2005 Berlusconi, a pagamento della cambiale per le elezioni del 2004, esentò dall’Ici gli enti religiosi. Nel 2006 Prodi ratificò tutto con decreto (223/2006) e legge (248/2006), esentando gli enti che non hanno «esclusivamente natura commerciale».

L’avverbio «esclusivamente» genera un equivoco immorale, a mio parere voluto, perché nel torbido si pesca più facilmente: se un albergo ha una cappella o è collegato a un convento, rientra tra i soggetti non «esclusivamente» commerciali. Bastava dire: «Tutti pagano l’Ici, esclusi gli enti no-profit, gli immobili di servizio pubblico e gli enti religiosi che svolgono attività gratuita». Si evitava il privilegio degli enti religiosi e la scorretta concorrenza tra questi e gli altri soggetti commerciali (turistici, alberghieri, ecc.).

Sono parroco di una parrocchia del 1100, rifatta nel 1700 con una dote di cinque appartamentini adatti al massimo a una persona e mezza, in un palazzo vincolato dalla Soprintendenza. Essi sono la dote per la gestione molto pesante del caseggiato e della parrocchia (il restauro dell’intero palazzo prevede una spesa di seicentomila euro). Per entrare in chiesa bisogna passare dal palazzo che quindi è «connesso» e poteva rientrare nell’esenzione. Si è preferito fare le cose per bene, come fanno moltissimi parroci nelle stesse situazioni. La diocesi di Genova si è dotata di una cooperativa, il Cape, che gestisce i beni immobili degli enti religiosi e parrocchie aderenti. Essa gestisce l’amministrazione, registra i contratti, paga le tasse e manleva i parroci dalla gestione diretta, diventando così un centro di controllo ulteriore.
 
Gli enti religiosi che esercitano un’attività commerciale e non pagano l’Ici commettono un peccato sociale, fruiscono di un privilegio immorale che entra in conflitto con i commercianti onesti e lede
l’immagine della Chiesa che ne esce sempre con lo ossa rotte. Basterebbe che la Cei facesse due passi avanti e chiedesse formalmente l’obbligo fiscale in base al principio costituzionale che «tutti sono uguali davanti alla legge». Nessuno escluso. Altrimenti nessuno nella Chiesa può parlare di equità e tanto meno di moralità.

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