Dal rapporto della Fondazione Agnelli, Simonetta Fiori Repubblica
È“l’anello debole” del sistema scolastico italiano, il “vaso di coccio tra i vasi di ferro”, la “terra di mezzo” tra l’eccellenza delle nostre scuole elementari e la divaricazione successiva. Alla scuola media, su cui fioriscono le metafore della crisi, la Fondazione Agnelli dedica opportunamente il suo rapporto annuale, che sarà presentato oggi alla Laterza alla presenza del neo ministro Francesco Profumo.
Una scelta lungimirante — quella di allungare la lente sul più appannato dei nostri cicli scolastici — per una ragione essenziale: è proprio qui che esplodono i divari sociali, economici e culturali, e cioè i figli delle classi disagiate e degli immigrati hanno meno opportunità di apprendimento rispetto ai coetanei più fortunati. Ed è alle medie che si innesca quel circolo vizioso destinato a generare l’alto tasso di abbandono alle scuole superiori, fenomeno che ci colloca agli ultimi scalini delle graduatorie europee. È qui in sostanza che bisogna intervenire per restituire alla scuola italiana quella funzione essenziale di motore della mobilità sociale che sembra sciaguratamente perduta da decenni.
Alle soglie del cinquantesimo compleanno, la scuola media si misura con un parziale fallimento. Se è infatti riuscita nella missione di innalzare i livelli di istruzione tramite il consolidamento dell’obbligo, ha fallito invece nell’obiettivo di garantire l’uguaglianza nelle opportunità educative.«Un conto è infatti garantire a tutti l’accesso all’istruzione secondaria inferiore», dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Altra questione è offrire sostanziali opportunità di successo formativo. Il salto è enorme e la scuola media unica non l’ha compiuto ».
In altre parole il diploma di per sé conta poco. E il livello delle conoscenze reali è proporzionale al livello sociale e culturale delle famiglie d’origine, con una forte penalizzazione per gli adolescenti figli di immigrati. Un risultato che conferma il profilo di un paese bloccato, irrigidito nelle sue gerarchie sociali, che trasmette il sapere non sulla base del merito ma dell’appartenenza famigliare.
Quali le cause? Il rapporto esclude una “responsabilità” dei nostri studenti, non dissimili per desideri e comportamenti dai loro coetanei europei. Però meno sereni nel rapporto con la scuola. Per comprenderne le ragioni, bisogna entrare nelle aule scolastiche, per scoprire che gli insegnanti delle medie sono i più vecchi dell’intero corpo docente, concentrati in una fascia d’età prossima alla pensione, protagonisti e vittime di un vorticoso turnover, insoddisfatti della loro formazione e poco attrezzati per le sfide educative poste dai preadolescenti. Un ritardo addebitabile non certo ai singoli professori - mossi talvolta da una vocazione eroica - ma alla scarsa attenzione di cui gode la Cenerentola della scuola italiana.
Per realizzare il cambiamento, suggerisce il rapporto, occorrerebbe introdurre “la scuola del pomeriggio”, che favorirebbe una personalizzazione dei percorsi - e dunque eguali opportunità di apprendimento per tutti - e anche una maggiore retribuzione per i professori. E occorrerebbe creare un nuovo ceto docente, formato per insegnare esclusivamente alle medie. Obiettivi realizzabili oggi in Italia, dopo questi ultimi anni di disprezzo esibito per la scuola pubblica e per i suoi professori? Intanto è un buon segnale che il neo ministro Profumo destini la sua prima uscita pubblica sulla scuola proprio a una discussione sulle “medie”, anello cruciale e fragilissimo.
dal SecoloXIX, Corrado Giustiniani
"Come ripartire. La Fondazione Agnelli non considera necessaria né opportuna una riforma dei cicli. La scuola media deve piuttosto personalizzare di più i suoi percorsi didattici, realizzare classi meno omogenee, abolire steccati attraverso gruppi cooperativi e un maggior lavoro interdisciplinare. "
p.s. la sintesi del rapporto, e l'attenzione proprio alla scuola media, un po' risponde alla domanda che ho posto qualche settimana fa: per cosa stiamo formando i ragazzi delle medie? non sarà che ciascuno di loro, e tutti insieme, abbiano bisogno di un approccio più specifico ma inserito in una modalità di insegnamento di tipo collegiale?
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