lunedì 7 novembre 2011

Disastri e non. Tecnici, politici, cittadini: chi decide?

A proposito dei processi decisionali, anche in situazioni di forte discrezionalità in cui si operano scelte a volte drammatiche, sono disponibili vaste riflessioni che intersecando aspetti riferibili a scienza-tecnica, ambiente e partecipazione dei cittadini evidenziano, qui in estrema sintesi e semplificazione, l'inadeguatezza di un sistema politico-decisionale di tipo tecnocratico (che si affidi, e affidi le proprie scelte, alla scienza-tecnica). 

Peraltro anche quando la politica si assume la responsabilità delle decisioni, eventualmente a partire dagli elementi che la conoscenza scientifica rende disponibili e sulla base di una delega che è stata conferita con il voto, è possibile che vada incontro a contestatazioni: preventive, o successive al verificarsi di eventi che ne dimostrano l'inadeguatezza. 

E' molto frequente che i destinatari e in alcuni casi le vittime delle decisioni politiche o scientifico-tecnocratiche siano i cittadini, che spesso non sono stati coinvolti nella decisione medesima. E' altrettanto frequente che la politica o la scienza sbaglino, in ragione dell'elevata complessità della materia su cui decidere o della necessità di valutare questioni che attengono a "valori" eventualmente non delegabili con il voto.



Sempre più spesso, dunque, si avanzano proposte e si elaborano linee guida e normative tese a rendere più partecipata la democrazia rappresentativa. Un tema attuale sul quale sarebbe opportuno che le decisioni fossero condivise è quello delle scelte energetiche: prevalenza delle ragioni economiche,  della salute, della sicurezza, del lavoro? Possibilità di contemperare tutte queste esigenze?

Il caso dell'alluvione, tuttavia, in particolare quella di Genova, è ahinoi da manuale.  Basti leggere le dichiarazioni rese nella giornata di ieri l'altro:

- Renzo Rosso -  Professore ordinario di Costruzioni idrauliche e marittime e idrologia del Politecnico diMilano:  "... sappiamo prevedere ma non sappiamo provvedere" ha detto, compiacendosi giustamente per il largo aniticipo con cui è stata data l'allerta meteo e dispiacendosi per l'inadeguato intervento di gestione dell'evento;

- Marta Vincenzi -  Sindaco di Genova: "Teniamo conto che negli ultimi mesi abbiamo ricevuto sei volte l’Allerta 2 della Protezione civile e nessuno se le ricorda, perché non è accaduto nulla... se allerta due significa che dobbiamo chiudere tutta la città, possiamo deciderlo, ma allora poi non si può venire a recriminare se il giorno dopo non è successo niente";

- Alfonso Bellini - geologo tra i più noti in Italia «Il giorno dell’alluvione del 1970 il Bisagno è uscito dagli argini perché si è ritrovato di fronte il ponte ferroviario che rappresentava una strozzatura... e 40 anni dopo qual è stato il problema? Lo stesso ponte... 25 anni di discussioni, dieci di progettazione, l’approvazione definitiva e poi tutto a bagno perché non ci sono soldi»;

- Gabrielli - protezione civile: "le scuole di Genova potevano essere tranquillamente chiuse per ridurre gli spostamenti, ma bisogna decidere se si vuole accettare o meno una sorta di patto sociale, per evitare che in certe situazioni i sindaci possano essere poi crocifissi";

Quando noi eleggiamo i nostri rappresentanti stabiliamo una sorta di "patto sociale" approvando il programma di governo che ci hanno sottoposto. Meglio se fosse condiviso, piuttosto che accettato.

Evidentemente, poi, ci sono questioni sulle quali sarebbe necessario riflettere e deliberare (nel senso di discutere) con maggiore attenzione e conoscenza. In situazione di risorse scarse o conflitto di risorse, ad esempio, cosa vogliamo privilegiare: l'economia, la sicurezza, la salute, l'ambiente, il mercato, il commercio?

In modo da poter decidere 1) se vale la pena oppure no bloccare o evacuare una città a scopo preacuzionale;  2) se vale la pena sottrarre risorse alla riqualificazione urbana (ad esempio) e destinarle alla messa in sicurezza del corso d'acqua; 3) se un certo numero di posti di lavoro può pregiudicare la salute di tutti i cittadini o se possiamo farci carico, collettivamente, della perdita di quei posti di lavoro per salvaguardare in via precauzionale la nostra salute...

Il tutto non solo perchè i politici non vengano crocifissi ma perchè si possa migliorare la qualità delle decisioni; per usare quel sapere diffuso che è patrimonio dei cittadini che vivono e sperimentano quotidianamente i luoghi e i processi; il sapere dei cittadini è quello che deriva dalla memoria storica di un luogo e che ti può dire che lì, proprio lì, è inopportuno costruire un parcheggio o una strada; è quello degli studenti che usano la loro scuola e la "conoscono" da un punto di vista diverso da quello di chiunque altro; delle donne, dei bambini...

Non solo la decisione politica e non solo quella tecnico-scientifica... bisogna recuperare  la  "... capacità di trovare il tempo, di mettere da parte, in maniera critica e intelligente, i saperi accumulati. E di mettersi all’ascolto dei segnali deboli. Perché sono questi che vanno colti, che un ceto dirigente (politico, economico, culturale) deve saper cogliere." (Ferdinando Fasce - docente di antropologia culturale Università di Genova).

Anche ad evitare che a seguito di decisioni di cui non sono stati resi partecipi, i cittadini non debbano sempre e solo sentirsi raccomandare  "di rimboccarsi le maniche..." (Cardinal Bagnasco)

p.s. «Lo scenario devastante indicato dall’Ipcc (Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici) può ancora essere evitato se si puntano con decisione sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica», precisa Vincenzo Ferrara, il climatologo dell’Enea. «È un passaggio complesso ma si può avviare subito a costo zero: basterebbe chiudere il rubinetto degli incentivi che, a livello globale, finanziano con circa 400 miliardi di dollari l’anno i combustibili fossili che minano la stabilità climatica e usare questi fondi per rilanciare le energie pulite ».
«Non abbiamo scelta: il fatto che in pianura padana le piogge siano complessivamente diminuite mentre le alluvioni aumentano mostra in modo inequivocabile che il clima italiano si è tropicalizzato», aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. «Non possiamo limitarci a contare le vittime del caos climatico senza reagire».

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