Chimamanda
Adichie è solare, bella e simpatica. Ha un fascino che condivide con i suoi
colleghi speaker di TED: raccontano
storie, fresche e curiose, ricche di
lezioni che non è necessario spiegare. Le capisci da te.
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Figlia
della media borghesia nigeriana, lettrice e scrittrice precocissima, in Nigeria
leggeva e raccontava di bambine bionde con gli occhi azzurri; di mele e birra
al ginger, della neve e del tempo; creava personaggi nati dall’unica storia che aveva avuto modo di leggere
ma che non aveva mai incontrato né sperimentato: quella della letteratura
occidentale.
Dovendo andare a trovare la famiglia del ragazzo occupato presso
la sua casa, in Nigeria, si prepara a conoscere una “famiglia povera”, così come rappresentata dall’unica storia raccontatale da sua madre; si sorprende di trovare
persone che lavorano la rafia, che fanno
anche delle cose, oltre ad essere povere.
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Fin
qui il video, che consiglio di vedere perché… è bello (dura 20 minuti, mettetevi comodi e in buona compagnia): fatto di tante “single
story”, tanti racconti univoci di “una
realtà” che è sempre più complessa di come ce la rappresentano e di
conseguenza dell’unico modo in cui la rappresentiamo.
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Al
Festival dell’Internazionale, dalle storia a senso unico sulla Nigeria,
l’Africa e la sua gente, mi trovo in breve a riflettere sui media e sulle storie a senso unico che
quotidianamente ci propinano sulle questioni che ci stanno a cuore: il carbone pulito e le multinazionali
dell’energia, che ci salveranno dall’effetto serra e dalla crisi economica con
i loro investimenti sulle rinnovabili
(fine della storia); i medici e l’asl, che si occupano di prevenzione e salute a
partire dalla rilevazione precoce della malattia
(fine della storia).
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Solo
fulgide eccezioni qua e là (qui)raccontano “storie
multiple”, che tolgono le cornici a quelle singole permettendo loro di contaminarsi.
Solo allora, ad esempio
sull’energia, si può vedere il corto
circuito che si è determinato dopo l’esito referendario sul nucleare:
combattiamo l’effetto serra e contestualmente
convertiamo le centrali all’uso del carbone
per mantenere elevati i profitti
delle multinazionali, contro la crisi economica, per la salvaguardia dei posti di lavoro, a prescindere dai
costi per la salute e dalla salute
medesima.
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Se
facciamo la stessa operazione con l’energia
pulita, vediamo che per produrla deforestiamo
l’Amazzonia, interrompiamo i corsi dei fiumi della Patagonia e occupiamo militarmente
i terreni agricoli della Puglia con
ettari di campi fotovoltaici, con
buona pace delle associazioni
ambientaliste che partecipano agli utili mentre, naturalmente, si battono
per lo stop al consumo di territorio.
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Parliamo
di salute e prevenzione? C’è qualcuno che considera opportuno che la prevenzione comprenda la riduzione degli agenti inquinanti? Che
la salute debba sconfinare dalla “cornice sanitaria” a quella “ambientale”? Un
delirio? Sì, un delirio di storie raccontate sempre da un solo punto di vista
su una sola dimensione.
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Sarà che chi racconta le “storie a senso unico” sceglie, consapevolmente, di non uscire dalle
“cornici”? Il giornalismo, il giornalista,
se non in grado di toglierle, può almeno renderle visibili? Come ha fatto
Chimamanda Adichie con le sue? Possiamo, in qualche modo, chiamarla etica
dell’informazione?
(questo articolo è stato pubblicato su OLI - Osservatorio Ligure sull'Informazione)
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