mercoledì 24 novembre 2010

5 terre: antico codice faraonico liberato da una frana





15 commenti:

Anonimo ha detto...

La storia ritorna.
Il tipico atteggiamento "chiagni e fotti"è il primo livello di difesa.
Se non si riesce a fermare la critica si passa al "pecca e pentiti".
Se ancora si resta nel mirino del giudice:"muoia Sansone con tutti i Filistei"con tutto il suo potere ricattatorio.
Se ancora ciò è insufficente non resta che la "provvisoria incapacità di intendere e di volere"magari causata da farmaci!.
Importante non è la verità,ma la
sua ricostruzione utile,o comunque
la meno dannosa possibile.
Anubi.

Anonimo ha detto...

L'analisi dei fatti e il modo con cui questi vengono raccontati (attraverso la sintesi) al lettore, sono a mio parere quello che distingue un buon giornale da uno farlocco. "La giusta distanza" del giornalista dai fatti (e dalle persone coinvolte dalle notizie) dovrebbe garantire la lettura rigorosa degli eventi, evitando così di trasformare un articolo in apologia o celebrazione. La Nazione di ieri ha dato nuovamente spazio al faraone - pensiero attraverso la trascrizione di quello che definirei un "flusso di coscienza". Possiamo rifarci gli occhi - e la mente - oggi, con l'articolo di Alessandra Fava su Il Manifesto. Elena

Anonimo ha detto...

Cito testualmente:
"La giusta distanza del giornalista dai fatti (e dalle persone coinvolte dalle notizie) dovrebbe garantire la lettura rigorosa degli eventi"

Secondo me in questo blog "la giusta distanza" non c'è: si percepisce un livore accusatorio che parte da molto lontano.

Per non essere frainteso, dico subito che sono d'accordo sulle tematiche, ma sarebbe più giusto e corretto da parte degli autori spiegare i veri motivi della loro appassionata denuncia sociale.

Daniela Patrucco ha detto...

Le pare che in questo blog qualcuno si stia nascondendo? Nella fattispecie io? Per amore di estrema chiarezza ho persino pubblicato documenti e storie personali.
Un fenomeno diventa "sociale" quando investe un numero consistente di persone: mi sembra proprio questo il caso. Posso dire di aver sperimentato questo fenomeno sociale e, dichiarando la mia esperienza, credo di aver titolo per parlarne.
Se poi vogliamo ragionare della "giusta distanza": la "giusta distanza" è un concetto che non esiste neppure a livello teorico. Lei saprà che chiunque osservi una situazione la trasforma per il solo fatto di osservarla: attraverso la sua storia, la sua sensibilità, le sue categorie interpretative. Di qualsiasi argomento si tratti, lei coglierà sicuramente aspetti diversi da quelli che colgo io.
Dunque, cos'è vero? Cosa non lo è? Cos'è oggettivo?
Sono anche un pò stanca di questa storia del "livore che viene da lontano" che è uno scarso strumento di delegittimazione.
Vogliamo dire che tutti gli amici del faraone dovrebbero tacere? si esprimano chi non è d'accordo con loro farà altrettanto.
Quello che le posso dire, mi pare anche di averlo documentato, è che la prima volta (2006)in cui ho criticato bonanini e la sua gestione del parco lavoravo per il parco senza problema personale alcuno. Secondo lei dunque qual'era la ragione recondita della mia denuncia sociale? Perchè di questo si tratta, allora come ora. Il fatto che io stessa abbia sperimentato "poi" ciò che ho denunciato "prima" mi toglie ora il diritto di esprimere un'opinione? Sempre a partire dai fatti. Non tutti i giornalisti, come abbiamo visto, lo fanno.

Anonimo ha detto...

Non sono d'accordo con lei sul fatto che "la giusta distanza" non esiste neppure a livello teorico.
Perchè non dovrebbe esistere?
Basta mettere al primo posto i fatti e dopo in ultima analisi inserire le proprie opinioni.
Senza che le opinioni possano in alcun modo inficiare la realtà dei fatti (ed in questo sono d'accordo con lei che non tutti i giornalisti lo fanno come ha potuto recentemente sperimentare).
Per quanto riguarda il livore che viene da lontano, le ricordo che la mia è soltanto una percezione che ho avuto seguendo molti suoi articoli e non aveva nessun scopo di delegittimazione (e non si capisce come potesse averlo del resto).

Daniela Patrucco ha detto...

Con la "giusta distanza" mi pareva si volesse intendere obiettività e oggettività.
Le sarei grata se mi facesse degli esempi per farmi capire dove io non esprimerei delle opinioni a partire dai fatti.

Anonimo ha detto...

Guardi che io non ho affermato che lei non esprime delle opinioni a partire dai fatti: ho solo percepito un livore proveniente da lontano o se preferisce un particolare accanimento, tutto qui...
In ogni caso va evidenziato che lei è stata una delle poche a criticare Bonanini prima del 28-9 e questo è un fatto e non una percezione.

Daniela Patrucco ha detto...

Malinteso a parte, se le va, approfondirei sui "fatti" da mettersi prima delle "opinioni".
Quali fatti? Chi li sceglie? Come li propone? con quale taglio? quali condizionamenti? A questo mi riferisco quando parlo di "difficoltà a tenere la giusta distanza". Nella migliore delle ipotesi, quella della buonafede, ciascuno fotografa ciò che vede. E non è detto che sia tutto.
Grazie

Anonimo ha detto...

secondo me, se posso dare un parere, in verità un bricciolo di risentimento c'è.
e mi spiego, pochissime persone, si stanno veramente interessando al fenomeno sociale che si è sviluppato dopo l'arresto, tutti gli altri guardano all'evento con fare morboso,ovvero per la notizia in sè.
chi si occupa attivamente, ora nella fattispecie Daniela, lo fà in una maniera che da fastidio, ovviamente fastidio a chi è all'interno del cerchio del sistema.
la stampa locale non esprime pareri, salvo pochissimi spunti, tutto il resto è noia.
dovrebbero esserci più persone partecipative, dovrebbero esserci più persone che hanno il coraggio di esporsi.
se poi esporsi significa anche essere tacciati di esprimere pareri personali un pò più sulle righe.
io dico ben venga, grazie Daniela

Anonimo ha detto...

.....segue 10)

Se chi gli sta intorno vede e tace, il faraone si sente ancora più legittimato a fare e far credere quello che vuole.

E' inutile nasconderlo, di giornalisti indipendenti di penna e di testa ce ne sono davvero pochi, liberi di insinuare qualche (ragionevole) dubbio nelle menti e nelle coscienze ( assopite)di tanti lettori.
Brava Daniela, fregatene di " giuste distanze" e di "livori" e vai avanti!

Osiride

Anonimo ha detto...

Vorrei puntualizzare che, parlando di "giusta distanza", non intendo dire che sia di per sè deprecabile il fatto che ciascuno di noi interpreti i fatti in base alla propria sensibilità ed esperienza pregressa: credo che questo sia assolutamente inevitabile, ma è anche oltremodo ammissibile nell'ambito di un blog come questo, che è di fatto un "luogo pubblico e di condivisione", e non una testata giornalistica. Alcuni commenti potranno poi apparire più o meno "livorosi" (anche a giusta ragione) nella misura in cui lo scrivente sia stato più o meno colpito personalmente dagli eventi. Per quanto mi riguarda, pur non vivendo più in questo territorio da molti anni, l'attaccamento al mio luogo di nascita mi spinge a continuare ad informarmi su quanto accade e, se mi è concesso, anche ad infervorarmi di fronte a situazioni che ritengo mettano pericolosamente a repentaglio sia la partecipazione democratica dei cittadini ai processi decisionali, che l'uguaglianza dei medesimi di fronte alle regole e alle opportunità. Concludo tornando al concetto di "giusta distanza": l'articolo su La Nazione di ieri riportava i pensieri di Bonanini (che, ricordo, è un indagato) calcando sul suo lato umano, sulla condizione di costrizione agli arresti domiciliari nonostante la malattia che lo affligge. La mia riflessione è stata questa: tanti spezzini basano la loro conoscenza dei fatti locali, ma anche la percezione dei medesimi, sulla cronaca de "La Nazione" e de "Il secolo XIX". Va da sè che se una notizia non è riportata da queste testate giornalistiche, per molti cittadini è come se quella notizia non esistesse. Ed è altresì vero che le modalità con cui quegli stessi giornali rendono pubbliche le notizie possono efficacemente aggravare, alleggerire o "scagionare" agli occhi dell'opinione pubblica le posizioni ed i ruoli di chi è chiamato in causa dalle notizie stesse. La "giusta distanza" che quindi invocavo è quella - nello specifico - tra la sensibilità del giornalista e l'oggetto del suo lavoro, soprattutto quando trattasi di un uomo di potere. A lui viene concesso ampio spazio in virtù del ruolo finora ricoperto, e del potere finora esercitato; se il motivo non fosse questo, avremmo potuto apprezzare anche qualche articolo circostanziato su coloro che hanno denunciato vessazioni, ingiustizie ed irregolarità, ma non mi risulta ciò sia accaduto. Evidentemente quelle persone non meritavano lo stesso spazio sulla cronaca. Elena

Daniela Patrucco ha detto...

Dimentica di averlo a suo tempo pubblicato, con rifermento a B., vi propongo questo passaggio costantemente presente sull'home page del sito:

«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.

Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».

Elsa Morante su Benito Mussolini- 1945 - Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII

Comunque lo si "applichi" trovo che sia un esempio magistrale di sintesi e adeguatezza.

Anonimo ha detto...

Anch'io lo trovo un esempio magistrale.
Evidentemente il popolo italiano ha bisogno di questi personaggi, visto che la storia si ripete da tanto, troppo tempo.
C'è una B che lega con un filo rosso tutti questi "caudillos", l'effetto B quindi.
Materiale per dietrologi?

Daniela Patrucco ha detto...

Chissà! La Nazione di stamani si è spinta ad ipotizzare che il faraone si stia difendendo "dal" processo per non doverlo fare "nel" processo.
Effetto B.?

Daniela Patrucco ha detto...

A proposito di B. (Mussolini), Eugenio Scalfari sulla Repubblica:
"L’IDEA d’un complotto
anti-italiano è stupefacente
ma non è nuova. Il più illustre predecessore fu Benito Mussolini che la lanciò nel 1935, all’epoca delle sanzioni che ci furono comminate dalla Società delle Nazioni per la nostra aggressione contro l’Abissinia. Motore del complotto era allora il blocco “demo- giudo-plutocratico” che
secondo i fascisti dominava il
mondo e voleva affondare l’Italia
per impedirle di conquistare
il “posto al sole” che ci spettava.
Ma c’erano già stati altri
precedenti altrettanto illustri:
Vittorio Emanuele Orlando
che aveva abbandonato il Congresso
della pace di Versailles
nel 1919 perché le potenze alleate
non volevano riconoscerci
l’Istria e, subito dopo, D’Annunzio
a Fiume innalzando la
bandiera della «vittoria tradita
».
Tra le qualità e i vizi degli italiani uno dei tratti ricorrenti è quello del vittimismo. B. è un asso in materia..."
La cultura non si mangia, è vero, ma come aiuta!