IN UN recente, importante volume edito da Franco Angeli (Waterfront d’Italia, a cura di Michelangelo Savino) una ventina di docenti e ricercatori di urbanistica di vari atenei italiani esplorano il tema della riqualificazione delle città di mare. La tesi è che le trasformazioni in corso stanno realizzando un inedito “tipo” di città, la “città — porto”, che, pur mantenendo molte analogie con la città portuale del Novecento, presenta tratti peculiari. Importanti funzioni portuali vengono riposizionate e si stabilisce una relazione diversa tra il porto e la città. Una relazione basata da un lato sul riutilizzo urbano di aree dismesse, dall’altro su un’influenza più estesa delle attivitàportuali sul territorio alle spalle della città stessa. E’ un processo difficile da governare perché la crescita dei porti in tutto il mondo non favorisce una ricongiunzione con le città. Al contrario, per aumentare la propria efficienza i porti tendono a chiudersi in se stessi, ad allontanarsi dalle città, perché le loro attività sono sempre più incompatibili con la vita urbana.
E’ questa la ragione che ha determinato negli Usa, nel Nord Europa, in Francia e in Spagna il decentramento delle attività portuali. E proprio le aree portuali dismesse sono diventate il motore di gigantesche riqualificazioni del fronte mare, come a Baltimora, Liverpool, Marsiglia, Barcellona, Valencia, Rotterdam. In Italia è diverso, perché i porti sono localizzati nel cuore delle città, comunque all’interno di un territorio densamente urbanizzato. Un parziale decentramento si è avuto a Trieste, a Genova con Voltri, a Savona con Vado: ben poca cosa, perché gli stessi porti di Voltri e di Vado si trovano all’interno di conurbazioni costiere. Questa è la ragione principale, “oggettiva”, dei limiti dell’esperienza dei waterfront italiani. Nonostante i numerosi progetti (nel volume sono analizzati i casi di La Spezia, Trieste, Napoli, Salerno, Bari, Brindisi, Reggio Calabria, Messina, Palermo, Siracusa, dei porti della Sardegna), di fatto in Italia può essere citata solo l’esperienza del Porto Antico di Genova (più alcuni limitati interventi a Salerno, Civitavecchia e Savona).
Il caso genovese — analizzato da Francesco Gastaldi — è al tempo stesso unico ed emblematico. Unico, perché il processo di recupero del Porto Antico, iniziato negli anni ‘90, può dirsi in gran parte completato. Naturalmente l’eccezionalità dell’esperienza non riguarda solo il successo dell’intesa tra le istituzioni e delle relative strategie di recupero. Riguarda anche la fortunata sequenza dei grandi eventi che hanno finanziato le opere, dall’esposizione colombiana del ‘92 al vertice G8 del 2001, a Genova capitale europea della cultura del 2004. Il caso genovese è però anche emblematico, perché la successiva vicenda della proposta di Renzo Piano per riorganizzazione complessiva del fronte mare della città, dalla Fiera a Voltri, segnala contraddizioni non solo locali. La proposta non si è scontrata solo con gli interessi degli operatori portuali e con i localismi. L’Affresco, osserva Michelangelo Savino, rappresenta infatti un’interpretazione ampia del waterfront come “sistema integrato costiero”.
Il nodo della questione sta proprio qui: il porto è parte del territorio, dell’economia e dell’identità di una città. I due piani non possono procedere separatamente, debbono integrarsi in una strategia unitaria. Una prospettiva di questa portata trova l’urbanistica italiana disarmata: nessuna legge regionale e nessun disegno di riforma della legge nazionale hanno finora affrontato la questione portuale. E’ giunto il momento, conclude Rosario Pavia, di porvi rimedio.
Il nodo della questione sta proprio qui: il porto è parte del territorio, dell’economia e dell’identità di una città. I due piani non possono procedere separatamente, debbono integrarsi in una strategia unitaria. Una prospettiva di questa portata trova l’urbanistica italiana disarmata: nessuna legge regionale e nessun disegno di riforma della legge nazionale hanno finora affrontato la questione portuale. E’ giunto il momento, conclude Rosario Pavia, di porvi rimedio.
N.B. Purtroppo il volume è ancora in fase di prima stampa


5 commenti:
WATERFRONT
Il mercato: Nel trasporto passeggeri sta avvenendo un fenomeno analogo a quello registratosi negli anni ’90 nel trasporto containers: l’aumento delle dimensioni delle navi induce la diminuzione dei costi per unità di prodotto e una conseguente riduzione delle tariffe di vendita che genera a sua volta l’aumento del traffico.- Per la prima volta, le vacanze in nave diventano “low cost” e quindi fruibili da "classi" che prima non potevano accedere a questo mercato.- Mentre è illusorio pensare alla Spezia come possibile “home port” (ormai Genova e Savona coprono efficacemente questi ruoli) sono certo che essa possa beneficiare del mercato crescente utilizzando le risorse spendibili per migliorare l'appeal del centro città realizzando due obiettivi sinergici: migliorare la vita dei cittadini ed intercettare i flussi turistici. Occorre chiarire che è la domanda che determina lo scalo, e che l’infrastruttura aiuta, ma non è determinante e che, al contrario dei terminalisti containers che sono obbligatoriamente legati al territorio in quanto hanno investito pesantemente in infrastrutture fisse portuali, le compagnie crocieristiche sono e rimangono “clienti volatili” che, se dovesse affievolirsi la domanda, non avrebbero nessuna remora né danno diretto ad abbandonare lo scalo.-
Il water front: gli alberghi che verranno costruiti sono alberghi di lusso, ovviamente non legati al traffico crociere e le 5 costruzioni di prevalente uso abitativo (sulle quali non ci si è sufficientemente soffermati) sono costruzioni di pregio (in riva al mare non potrebbero essere altrimenti) destinate ad una clientela medio-alta ; quindi i business del water front, alberghi/abitazioni (clientela medio alta) e del Terminal crociere (clientela medio bassa), non sono sinergici; l’unica sinergia possibile, se i crocieristi non fossero “turisti veloci”, potrebbe derivare dai musei o luoghi di svago previsti nel waterfront; comunque le due realizzazioni terminal crociere e abitazioni costituiscono due diversi modelli di business, ma quello che è più grave è che mentre si sta cercando e forse riuscendo faticosamente di far rivivere il centro città, si sta creando un altro polo di attrazione che è destinato ad interrompere questa virtuosa tendenza. Non ci si spiega inoltre come le amministrazioni di Lerici e Porto Venere non si siano pronunciate contro il terminal crociere che, se favorisce il flusso su La Spezia e le Cinque Terre di certo non facilita il flusso verso queste due località e comunque indurrà un traffico via terra producendo ulteriori danni ambientali.
L'incongruenza dei modelli di business fa pensare ad una incolta e (spero) ingenua speculazione, ma le istituzioni, nelle quali ci riconosciamo, debbono avere obiettivi più alti invece di procedere ad un gretto mercato del territorio.
Conclusione: io credo che il valore del fronte a mare debba risiedere nella sua permeabilità; non possiamo creare ulteriori barriere; credo in una città nella quale i cittadini non debbano comprare una cartolina per sapere se abitano a La Spezia o a Tortona. E’ facile concedere territorio in cambio di opere e quindi di profitti “a breve”, ma il nostro modello di territorio deve trasmettere valori sia ai “poveri” delle crociere, che ai nostri cittadini, che agli ospiti con reddito elevato; dobbiamo imparare a distinguere tra modelli di business “a breve” e quelli che possano lasciare qualcosa ai nipoti. eugenio calcagnini
Sono perfettamente d'accordo con te, Eugenio. Credo che il waterfront - ammesso che si faccia (siamo in Italia, non lo dimentichiamo...) - decreterà la morte definitiva del centro storico della Spezia, e l'omologazione dell'immagine della città; possibile che questi colti amministratori non se ne rendano conto? Per quanto riguarda invece il Comune di Portovenere, il waterfront pare sia percepito come la soluzione definitiva ai problemi di traffico via terra...se posso esprimere la mia opinione, fossi un amministratore non aspetterei di farmi risolvere il problema da un'opera di questo tipo, che insiste su altro comune e che coinvolge molteplici attori, ma prenderei piuttosto provvedimenti sul territorio di mia competenza. Ma questo è un altro discorso. Elena
Tanto più che allo stato non risulta che sia previsto un terminal traghetti per un progetto di TPL che includa anche le "Vie d'Acqua!" Ma quello era un progetto vecchio, come si chiamava? Un patto per il Golfo? Sarà stato speso in qualche altra tornata elettorale. Forse Calcagnini era sindaco di Porto Venere all'epoca e può raccontarci qualcosa?
Quindi l'ipotesi del terminal per i traghetti non è più reale? No, perchè quando ho posto il problema della mobilità di Portovenere, che è completamente fuori controllo, me l'avevano data per certa...ma bene! (P.S. Eugenio Calcagnini non è stato sindaco di Portovenere). Elena
scusa Elena, e scusi anche E calcagnigni: evidentemente l'avevo confuso con Salvatore... perdòno ancora...
Terminal traghetti: evidentemente i traghetti che attualmente funzionano continueranno ad avere un luogo dove attraccare, diverso è però un progetto di mobilità locale che includa anche le vie d'acqua.
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